Insomma, passavamo quel tempo che in fondo era tutto interiore ad esistere tra di noi. Ci bastava, dicevamo, perche’ in fondo era gia’ un gran passo in avanti.
Ma ovviamente non duro’ a lungo: ben presto ci rendemmo conto che neanche questo poteva soddisfarci. Eravamo annoiati, e cominciammo ad intrattenerci con ragionamenti apparentemente futili ed oziosi: discutevamo di noi (di cos’altro avremmo potuto parlare, in fondo?), tentavamo di descriverci, ma non giungevamo mai a nulla di significativo: eravamo soli, come potevamo definirci? Da cosa ci saremmo dovuti distinguere? Era impossibile descriverci in modo diverso da “essenti”.
Eravamo “coloro che sono”, e nulla piu’.
La domanda del perche’ noi ci fossimo (perche’ io ci fossi) a quel punto sorse spontanea: esisteva qualcosa in quel nulla, ed a pensarci converrete con me che non era poi cosi’ scontato che qualcosa esistesse.
Cominciammo a porci domande, a chiederci quale fosse la nostra causa: eravamo sempre stati? Non potevamo ricordarlo, non c’era neanche un tempo a cui fare riferimento. Eravamo parte di qualcosa di piu’ grande, come io ero parte di noi? Non riuscivamo a darci una risposta. Ci aveva forse dunque creati qualche intelligenza a noi ignota?
Queste ed altre domande ci tormentavano, occupando la nostra mente senza possibilita’ di tregua. Non c’era distrazione, non c’era oblio, non c’era fuga che bastasse a liberarci.
Decidemmo di cedere una frazione del nostro io, dando vita a centinaia di nuovi e piu’ piccoli enti di energia, intelligenze minori da cui speravamo di trarre una spiegazione o, comunque, conforto.
Ci confrontammo a lungo, con tale forza e disperazione da affiochire le nostre forze.
Alcuni si spensero nel tentativo di ottenere risposte, consumati nel profondo.
Altri, i migliori tra loro, divennero folli, persero il lume di quella ragione che ci univa, forse perche’ incapaci di accettare questa nostra ignota realta’, forse di comprendere quello che erano giunti a scoprire, chi puo’ dirlo.
Non trovammo risposte, non trovammo conforto.
Mi guardai introno e capii lo smarrimento a cui avevamo condannato quelle povere creature, ormai partecipi del nostro stesso dolore.
Per quanto ci augurassimo di poter tornare alla serena oziosita’ di un tempo, la nostra natura non ci consentiva di smettere di cercare. E fu sulla nostra natura, che ci concentrammo: era forse proprio a causa di questa che non riuscivamo a giungere alla verita’? Era il nostro tormento ad annebbiarci la mente? Forse ci ponevamo troppe domande, senza pero’ formulare quella la cui risposta avrebbe potuto liberarci.
Eravamo sufficientemente intelligenti da porci le domande; troppo per non esserne annebbiati.
Sembrava non ci fosse via di uscita, che per sempre saremmo stati costretti in quella irreale stasi di dubbio e tormento, quando uno dei nostri minori capi’ che in noi non vi era speranza, ma che avremmo potuto trovarla in altri.
Concordo’ nella necessita’ di un sacrificio, e rinuncio’ alla propria coscienza per il mondo: quello che di fronte a noi non era altro che un fioco lume di intelligenza si dissolse in un meccanismo di magnifica complessita’ e cristallina chiarezza, dominato da leggi cosi’ armoniche che ci commossero.
Ascoltammo il fragore dei primi istanti ed osservammo la maestosa danza della materia, fin quando ben piu’ solide forme si definirono e l’infuocato chiarore originario muto’ nel brillante splendore delle galassie.